“il Piccolo”, 23 ottobre 2011


Quando il filosofo si trasforma in un dispensatore di idee che aiuta a fuggire dall’infelicità

Difficoltà di comunicazione? Ricerca di un significato da appiccicare al mondo? Oggi potete consultare privatamente un filosofo in nome della “Philosophische Praxis”. Ovvero uno studio professionale nel quale discutere con lui di difficoltà esistenziali di ogni genere, da affrontare con modalità proprie della filosofia. Questa almeno è la definizione che ne dà l’inventore Achenbach e poi Neri Pollastri, il più noto consulente filosofico del momento in Italia. Vengono un po’ in mente quei poeti contemporanei che, delusi dalla perdita di una dimensione sociale, prestano la poesia alla musica per comunicare con esibizioni da performer. La poesia, insomma, diventa qualcos’altro. E la filosofia? Se è vero che il consulente filosofico non vuole essere confuso con uno psicoterapeuta, non si capisce dove incasellare questi “colloqui” con persone in difficoltà esistenziali. Ed è proprio qui che la filosofia entra in campo nella sua più semplice accezione: attivare un pensiero critico. Perché imparare a pensare fa vivere meglio. Ma è possibile farne una professione? «Il punto è che se diventasse una vera professione l’elemento filosofico sarebbe destinato a sbiadire», dice Pier Aldo Rovatti, direttore dell’Osservatorio critico sulle pratiche filosofiche. Il suo Osservatorio ha proprio il compito di rivitalizzare l’elemento filosofico. Una delle iniziative in atto dallo scorso anno, attiva al Club Zyp, sono i cicli seminariali, una specie di corsi di formazione per consulenti. Ma perché una persona afflitta da problemi dovrebbe scegliere un filosofo? «Per esempio perché in questo modo – dice Rovatti – un individuo non si sente un “paziente”, non c’è odore di terapia». Oltre al fatto che se decidete di darvi a queste sedute non sarete obbligati a praticarle per 5 anni, né a sdraiarvi su un lettino. Ce lo racconta anche Aldo Castelpietra, triestino, che ha conseguito il Master in counseling filosofico all’Università di Torino: «Come insegnava Wittgenstein – dice – la difficoltà di un approccio filosofico non sta tanto nel linguaggio, ma nel fatto che implica un cambiamento della visione del mondo. E questo non è facile». Effettivamente cambiare i codici in un’epoca individualista è piuttosto difficoltoso. Però facciamo un passo indietro. Di cosa si lamentano i consultanti? Perché non è affatto la stessa cosa affliggersi per la vacuità del mondo o investirsi invece nella filosofia per rappezzare il proprio personale e indigeribile malessere: «Le questioni solitamente affrontate sono la solitudine, la difficoltà di comunicazione». Il solito prezzo che il dottor Freud ci aveva annunciato: nevrosi in cambio di civiltà. Solo che a guardarla da questa prospettiva, cioè da quella di una seduta con un consulente filosofico, si potrebbe anche pensare a uno spostamento di analisi, non è tanto il mio io a essere esaminato, ma il mondo, forse più il mondo che il mio io e capendo quindi i meccanismi del mondo ecco che imparo a difendermene. «Però attenzione alla filosofia sapienziale», osserva un altro esperto, Tiziano Possamai, autore di “Consulenza filosofica e postmodernità” (Carocci). Possamai si è dato alle pratiche per quattro anni e pare proprio il consulente ideale, quello che ascolta e mette in dubbio ogni ruolo: «All’interno delle sedute il lavoro critico deve essere continuo, dove forse emerge che il filosofo è un consultante, più che un consulente, portato com’è a chiedere e a chiedersi». È un po’ quello che afferma Rovatti quando parla di una filosofia che non può curare altro che se stessa, in modo da disinfettarsi dalla presunzione di spacciare idee: «Non è quello il filosofo che vorremmo incontrare lì dentro – dice Rovatti – ma quello in grado di allargare le nostre prospettive senza appellarsi a una verità». E Aldo Castelpietra sintetizza così: «Il consulente filosofico è un po’ come il commercialista che ti fa pagare meno tasse, si cerca insomma di far sborsare meno in termini di stupidità e infelicità». Un pochino di intento terapeutico c’è, un cambiamento che serva a stare meglio, una variazione che dovrebbe darci un senso, ma la richiesta procede in modo inverso rispetto ad altri metodi. Destabilizzarsi al posto di rassicurarsi: d’altra parte non si vede come uno sguardo filosofico potrebbe agire diversamente. Insomma, siate un po’ più critici, siate un po’ meno infelici…
Mary B. Tolusso


“il Piccolo”, 23 ottobre 2011


Mai perdere di vista il pensiero di Foucault

Pubblichiamo l’inizio del primo capitolo del saggio di Tiziano Possamai “Consulenza filosofica e postmodernità”, edito da Carocci.

Interrogarsi sul ruolo e sul significato di una pratica come la consulenza filosofica in relazione al suo contesto di emergenza e ai soggetti che costituiscono e si costituiscono all’interno di quel contesto conduce innanzitutto a interrogarsi sulle condizioni (storiche, sociali, psicologiche) che possono aver favorito questo emergere. La domanda che da subito si pone è la seguente: a quale cultura e soggettività (cor)risponde una pratica come la consulenza filosofica? Una domanda che richiede uno sguardo d’indagine diverso rispetto a quello messo in campo, quantomeno fino a questo momento, dalla consulenza filosofica, impegnata perlopiù a (rin)tracciare i propri spazi di movimento, giustificare la propria emergenza, produrre consenso, senza preoccuparsi troppo, ma questo si sa è il limite – e la forza – di ogni pratica, di riflettere sulle proprie condizioni di possibilità e di produzione. E il cui referente principale può essere proprio quel Michel Foucault che se da un lato critica l’idea, tanto cara a una certa tradizione filosofica, di un “soggetto come fondamento, come nucleo centrale di ogni conoscenza”, dall’altro non smette di chiedersi “come si produce attraverso la storia la costituzione di un soggetto che non è dato definitivamente, che non è quello a partire da cui la verità arriva alla storia, ma di un soggetto che si costituisce all’interno stesso della storia, ed è a ogni istante fondato e rifondato dalla storia”; e più precisamente dalle pratiche che la attraversano, a loro volta sempre attraversate da reti più o meno ampie, visibili e articolate – quelle che Foucault andando al di là delle grandi contrapposizioni socioeconomiche chiamerà a un certo punto microfisiche – di sapere e di potere. Qui si apre un campo d’indagine più specifico all’interno dell’ampia prospettiva da cui siamo partiti, e cioè il ruolo della consulenza filosofica nei confronti dei sistemi di sapere e di potere (“regimi di veridizione” li chiama anche Foucault) in cui è a vario titolo implicata. [...]
Tiziano Possamai


“il Piccolo”, 28 ottobre 2010


Se il filosofo diventa una sorta di bussola per capire il mondo

L’Osservatorio Critico sulla Consulenza Filosofica e il Laboratorio di Filosofia Contemporanea inaugurano tre cicli seminariali intorno al tema “Quale filosofia per le pratiche?”. Domani, dalle 16 alle 18.30, al Club Zyp di via delle Beccherie a Trieste parte il primo ciclo, a cadenza quindicinale e dedicato al tema del gioco in relazione a Gregory Bateson; seguiranno, tra gennaio e febbraio, il secondo ciclo (sul potere e Michel Foucault) e, tra marzo e aprile, il terzo sul tema della linea di fuga e Gilles Deleuze.
I cicli seminariali sono coordinati dal presidente del Laboratorio Pier Aldo Rovatti e verranno condotti, rispettivamente, da Massimiliano Nicoli, Tiziano Possamai e Damiano Cantone.
I temi che ruotano intorno alle pratiche filosofiche accompagnano il dibattito contemporaneo da tre decenni, quando il filosofo tedesco Achenbach propose la figura del “filosofo professionista”; fin da principio questa figura veniva tenuta lontana dalle scienze mediche, dalle tecniche psicoanalitiche e dal mondo della terapia in generale; non si trattava di risolvere problemi, ma di offrire strumenti in grado di aiutare i consultanti a riesaminare criticamente le loro visioni del mondo.
In questi trent’anni il dibattito si è allargato a livello globale attraverso i lavori di Ran Lahav e Schlomit Schuster, divenendo sempre più articolato e interessando anche l’Italia con la formazione di gruppi spontanei e la proliferazione di master universitari, e richiamando l’attenzione di figure di primo piano come Cacciari, Galimberti, Pollastri e lo stesso Rovatti, promotore con l’Osservatorio critico del convegno “Pratiche filosofiche” tenutosi nel dicembre 1008 alla Stazione Marittima di Trieste.
“Quale filosofia per le pratiche” prende le mosse dalla considerazione che sia proprio e ancora una volta la filosofia a intessere il filo di queste problematiche, che non sono connesse esclusivamente al mondo della consulenza: quel “riesame critico delle proprie visioni del mondo” deve riguardare anche gli addetti ai lavori, predisponendoli all’apertura delle contraddizioni e dei paradossi che inevitabilmente incontrano le loro proposte.
Solo in questo modo è possibile restituire alla parola filosofia un contenuto che la renda meno astratta e sfuggente; e il suo possibile impiego non solo in ambito consulenziale, ma anche in quello assistenziale, in quello lavorativo, in quello educativo e scolastico ecc. Ma come è possibile saper riconoscere questa filosofia pratica, capace di prendersi cura delle questioni della vita quotidiana, capace di mirare a un comportamento, a un atteggiamento critico senza perdersi nell’accademico o nel pensiero fine a sé stesso?
Saranno gli incontri stessi a rispondere a queste domande, suggerendo attraverso i temi del gioco, del potere e della linea di fuga alcune figure e parole chiave capaci di orientare i partecipanti nel panorama contemporaneo delle pratiche filosofiche e della filosofia pratica: secondo Rovatti «prelevare dal territorio della filosofia a proprio piacere non è sempre un fatto virtuoso. Bisogna lavorare insieme per costruire una sorta di bussola, uno strumento di orientamento reale con punti fermi di ordine etico e politico. Non tutta la filosofia si presta a un simile lavoro, il quale, inoltre, può nascere solo da uno scambio con le esigenze e i bisogni specifici di riflessione che emergono dalle pratiche stesse».

Marco Galati Garritto


“Corriere della Sera”, 21 gennaio 2010


Gregory bateson e il “doppio vincolo”

Il Circolo Bateson invita alla presentazione del libro “Dove il pensiero esita. Gregory Bateson e il doppio vincolo”, di Tiziano Possamai, Edizioni Ombre corte. Intervengono Rosalba Conserva, Ermelinda Fuxa, Claudio Tosi, Vincent Kenny.
Centro Culturale Libreria Bibli, via dei Fienaroli 28 Roma.


“l’Adige”, 19 gennaio 2010


Incontro sulle teorie di Gregory Bateson

Biblioteca di via Roma 55. Tiziano Possamai presenta il suo libro “Dove il pensiero esita: Gregory Bateson e il doppio vincolo”.
Con Maria Luisa Martini. Analisi della teoria del “doppio vincolo” elaborata dall’antropologo inglese Gregory Bateson (foto) per
comprendere in termini non solo organici il disagio mentale, tra filosofia e psichiatria.


“il Trentino”, 17 gennaio 2010


La comunicazione secondo Bateson

Un incontro dedicato alla comunicazione secondo Bateson. E’ l’appuntamento del 19 gennaio, alle ore 17.30,
alla Sala degli affreschi della Biblioteca comunale di Trento.

Sarà presentato un saggio di recente pubblicazione sul pensiero di Gregory Bateson dal titolo «Dove il pensiero esita. Gregory Bateson e il “doppio vincolo”». Parteciperà anche l’autore, Tiziano Possamai, giovane ricercatore in Filosofia contemporanea all’Università di Trieste e collaboratore della rivista «aut aut». L’opera di Gregory Bateson è ricca di numerosi spunti di riflessione per la realtà contemporanea. Pensatore tra i più originali del Novecento, estese la sua ricerca in molti campi del sapere, a partire tuttavia da un centro unificatore costituito dal suo interesse per la comunicazione. Non a caso la sua notorietà è legata soprattutto al concetto di “doppio vincolo” che Bateson elaborò nei primi anni Cinquanta e che trovò importanti applicazioni nel campo della psicoterapia, poiché permise un nuovo approccio allo studio della schizofrenia e ispirò l’impostazione della psicoterapia relazionale e sistemica della Scuola di Palo Alto. Il “doppio vincolo” infatti è una modalità distorta delle relazioni comunicative e si presenta come un paradosso all’analisi chiarificatrice del pensiero logico, ma si produce di frequente a causa della complessità e della stratificazione dei messaggi in atto nella comunicazione quotidiana. Quando questa modalità discorsiva distorta caratterizza in modo persistente le relazioni interpersonali, e in particolare quelle affettive all’interno di un nucleo familiare, si produce una sorta di collasso della capacità comunicativa, fonte di disagio, se non di vera e propria patologia psichica. La “vittima” del doppio vincolo riceve ripetutamente messaggi contraddittori o ingiunzioni di carattere paradossale, che producono un effetto di disorientamento nella capacità di discriminare i messaggi, rendendo insensato lo stesso tentativo di comunicare.
L’attenzione incentrata sulle relazioni discorsive permette a Bateson di far luce sulle modalità di interazione linguistica e di comprendere l’influenza esercitata dal contesto e dai numerosi elementi impliciti sui contenuti realmente espressi nei processi comunicativi quotidiani. L’opera di Bateson offre dunque importanti spunti di riflessione anche alle pratiche filosofiche, e in particolare alla consulenza filosofica, che si propone l’ampliamento della consapevolezza di sé e una più profonda comprensione delle modalità con cui costruiamo le nostre relazioni interpersonali. L’incontro in biblioteca, infatti, è promosso dalla sezione trentina dall’Associazione italiana per la Consulenza filosofica Phronesis (www.phronesis.info), che apre con quest’iniziativa il percorso di formazione in pratica filosofica, che permette di acquisire il titolo di “consulente filosofico Phronesis”.

Tiziano Possamai
Dove il pensiero esita. Gregory Bateson e il “doppio vincolo”
, Ombre corte, Verona 2009, pp. 170, euro 15,00

Maria Luisa Martini


“il Piccolo”, 4 gennaio 2010


Quando il filosofo decide di scendere in campo e si inventa consulente

Cosa posso sapere? Cosa devo fare? Cosa posso sperare? Sono le domande che un certo signor Kant poneva nella “Critica della ragion pura”. Era il 1877. A rispondere si sono impegnate categorie precise: filosofi, preti e poeti. Ma se gli ultimi hanno desistito da decenni, mascherando l’«infinito» con realtà più prosastiche, i primi, in qualche misura, ritornano al cuore del problema. Vero è che pure la filosofia può esprimersi attraverso altro, non è necessario rimanere ancorati ai grandi quesiti. Oggi si fa filosofia anche parlando di gioco, umorismo, desiderio.
Sta di fatto che a coniugare questo e quello ora ci sono le cosiddette “pratiche filosofiche”, di cui il “Consulente e filosofo” (Mimesis, pagg. 150, euro 13,00) è il protagonista. Curato da Pier Aldo Rovatti, il libro è il risultato di un convegno sul tema, realizzato dall’Osservatorio critico sulle pratiche filosofiche, che per chi non lo sapesse ha sede proprio qui, a Trieste. Attualmente l’Osservatorio è composto da Pier Paolo Casarin, Annalisa Decarli, Alessandra Giannelli, Gabriele Grosso, Massimiliano Nicoli, Tiziano Possamai, Pier Aldo Rovatti e Francesca Scarazzato.
Ma chi è il consulente filosofo? A parafrasare le parole potremmo risponderci che è un individuo, presumibilmente laureato in filosofia, a cui si chiede una consulenza. Per cosa e per chi lo dicono i tanti interventi registrati nel libro, coniugati alle richieste di un singolo, di un’azienda o di un’istituzione come la scuola. Ma attenzione, non è così semplice. Perché a mettersi in discussione è la filosofia stessa, la quale, come scrive Possamai, ha a che fare con una presa di distanza – da se stessa e dalla realtà – indagando invero lo spazio del simbolico. Non semplicemente per portare alla coscienza un problema, ma per esaminarlo al giusto grado di raffreddamento. Si indaga quindi proprio quella distanza che contraddistingue l’azione. Malessere e benessere sono sempre dettati da rapporti di potere, e Foucault arriva dopo lo spazio di una pagina.
Va da sé che ad andare sotto esame è il potere della filosofia stessa, il potere del sapere e bla bla bla, del linguaggio e del filosofese. Peccato. Peccato che per l’ennesima volta la politica entri dalla porta principale, quasi a perdere di vista il fuoco originario per inserire nel mirino concetti come “resistenza” e “governo”. Questione che prende quota nella seconda parte, curata da Massimiliano Nicoli, per il quale il filosofo dovrebbe indossare il sombrero di Pancho Villa. E per quanto Nicoli si spenda a negare un uso di tali pratiche per eventuali organizzazioni sindacali, il gergo usato tradisce un empito rivoluzionario d’altri tempi.
A tirare le giuste somme, tra i tanti interventi, quelli di Neri Pollastri restituiscono uno sguardo più adatto al rilancio. E non c’è dubbio, il nome da cliccare sarebbe il suo, per una pratica filosofica mirata all’individuo, una pratica che pratichi la “parresia”, e cioè il «mettersi in ascolto e tentare di comprendere la tua diversità». Perché altrimenti «smetto di fare il filosofo e inizio a fare un lavoro strategico». Allo stesso modo, dirottate sull’azienda, convincono di più le pratiche di Gabriele Grosso e Giorgio Giacometti. E in ogni caso, a prescindere da scuole e idee, “Consulente e filosofo”, libro chiarissimo anche per i non addetti, pare stare al centro di una svolta, che mette in crisi l’idea stessa di filosofia. Una sorta di scommessa epocale sull’adeguatezza del “filosofare”. Ché poi certe scienze stanno in piedi proprio per la loro inutilità. Vedremo come andrà a finire.
Mary B. Tolusso


www.pratichefilosofiche.it


Recensione al volume di Tiziano Possamai, Dove il pensiero esita. Gregory Bateson e il “doppio vincolo”, ombre corte, Verona 2009

Gregory Bateson (1904-1980), pensatore tra i più originali del Novecento, è noto soprattutto per la teoria del double bind (doppio vincolo), che elaborò nei primi anni Cinquanta a partire dall’osservazione dei paradossi della comunicazione. Benché l’indagine di Bateson abbia spaziato in molti campi del sapere e abbia prodotto strumenti di analisi di grande interesse euristico, fu soprattutto il concetto di double bind a raggiungere in breve tempo notorietà, grazie alle sue applicazioni in psicoterapia. Formulato per la prima volta nel 1956 e divulgato con il saggio Verso una teoria della schizofrenia[1], questo concetto si presentò inizialmente come una chiave di lettura capace di interpretare la malattia mentale, in particolare la schizofrenia, con parametri diversi rispetto alla psichiatria tradizionale e suscitò attenzione ispirando ulteriori studi e innovative applicazioni terapeutiche. La scuola più nota è senz’altro il Centro permanente di ricerca sulla psicoterapia sistemica – il Mental Research Institute - di Palo Alto[2] che diede prosecuzione a questa impostazione elaborando percorsi di terapia familiare.

Tuttavia, come sottolinea a più riprese Tiziano Possamai nel suo recente lavoro su Bateson (T. Possamai, Dove il pensiero esita. Gregory Bateson e il “doppio vincolo”, ombre corte, Verona 2009), la stessa nozione di doppio vincolo rifiuta una precisa collocazione disciplinare, richiamando appunto l’attenzione sulla centralità della relazione, che non caratterizza solo la comunicazione interpersonale, ma ha una portata ben più ampia, di ordine ontologico, e assume in prima istanza una valenza critica radicale verso l’assetto tradizionale di tutte le scienze – non solo della psichiatria - che si fondano su un impianto dualistico, facendo «astrazione dalle relazioni e dalle esperienze di interazione[3]». La ricerca di Bateson si muove fin dalle origini in direzione di una nuova epistemologia, capace di superare l’approccio riduzionistico e i dualismi propri di uno studio della realtà che per analizzare sa solo dividere: divide le scienze della natura dalle scienze dello spirito, divide l’oggetto di studio dal soggetto che indaga, il pensiero dalla natura, la mente dal corpo, l’intelletto dalle emozioni… Perde così la possibilità di vedere il contesto di ogni fenomeno e il campo di relazioni in atto. Perde, insomma, proprio ciò che permette di comprendere la struttura profonda del reale e le connessioni da cui le singolarità prendono vita.

Bateson pervenne alla consapevolezza di procedere verso una «nuova epistemologia» solo nell’ultima fase della sua ricerca, che trova espressione nelle opere degli anni Settanta (in particolare in Verso un’ecologia della mente del 1972 e in Mente e natura del 1979). Prima egli esplorò i campi più diversi del sapere, percorrendo un itinerario intellettuale del tutto singolare, reso coerente dal suo costante l’interesse per la rete relazionale che connette tra loro i fenomeni del mondo, dando intelligibilità alla complessità del reale. Dal Bachelor a Cambridge in scienze naturali e dagli studi di biologia, egli passò all’etnologia e all’antropologia. Condusse ricerche in Nuova Guinea e a Bali assieme a Margareth Mead (che fu la sua prima moglie). La sua pubblicazione iniziale, Naven, del 1936, espone i risultati delle ricerche sui rituali di travestimento della popolazione iatmul della Nuova Guinea. Negli anni Quaranta Bateson collabora con un gruppo interdisciplinare di ricerca che darà vita al nascente movimento cibernetico, occupandosi dei meccanismi di feedback nei sistemi biologici. Nel 1949 entra nel mondo psichiatrico, che studia secondo i parametri etnologici e con una attenzione particolare per la dimensione della comunicazione.

Questo sguardo laterale, che si colloca sempre da un punto di vista esterno rispetto a ogni specifico campo disciplinare, è peculiare della metodologia di Bateson (e secondo Possamai, «una delle componenti più attuali del suo pensiero»[4]): si può leggere come uno ‘star fuori’ per poter essere dentro, nell’intenzione di superare ogni ‘dentro’ e ogni ‘fuori’, che in una prospettiva relazionale perdono i propri confini. Proprio tale approccio aprirà la strada all’intuizione del “doppio vincolo”, che andrà definendosi come un particolare tipo di comunicazione che presenta «una contraddizione non riconosciuta tra messaggi situati a livelli logici diversi». Nell’ambito delle relazioni interpersonali il doppio vincolo è un tipo di comunicazione distorta e paradossale; la ‘vittima’ del doppio vincolo riceve ripetutamente messaggi contraddittori o ingiunzioni di carattere paradossale. «Chi si trova in tale situazione, comunque si comporti, non può farcela»[5]. La natura paralizzante del doppio vincolo è fonte, quando sia ripetuta nel tempo e all’interno di una relazione affettiva particolarmente significativa come quella genitoriale, di patologia psichica, perché produce un effetto di disorientamento, un vero e proprio ‘collasso’ della capacità di discriminare i messaggi, e rende insensato lo stesso tentativo di comunicare. La natura discrepante del doppio vincolo può essere illustrata ad esempio dall’ingiunzione «sii indipendente» (rivolta dal genitore al figlio) che contiene una richiesta intrinsecamente contraddittoria: se il figlio vuole obbedire, deve disobbedire, ma l’ingiunzione all’indipendenza è accompagnata da una implicita proibizione di prendere l’iniziativa (livello metacomunicativo).

Bateson ha una prima intuizione della presenza del doppio vincolo osservando presso lo zoo di S. Francisco il comportamento degli animali in contesti di gioco. Queste ricerche compiute nei primi anni Cinquanta gli permettono di comprendere l’importanza del livello metacomunicativo, che determina il senso di un messaggio in riferimento al contesto: un morso, entro il contesto del gioco (e dunque grazie al meta-messaggio “Questo è un gioco”), assume tutto un altro significato rispetto a un contesto di lotta. Dal punto di vista logico, il segnale sul contesto che qualifica l’azione (“Questo è un gioco”) genera un paradosso, poiché viene prodotto un messaggio che nega ciò che nel contempo sta affermando (“Il mio morso non è un morso”)[6]. Bateson esplora questi aspetti paradossali della comunicazione tramite la teoria dei tipi logici di B. Russell, che ingiunge la separazione tra i distinti livelli di astrazione che compongono un messaggio. Ma l’impiego degli strumenti logici non serve a Bateson per individuare errori formali, bensì per comprendere meglio la natura complessa della comunicazione, che si organizza su livelli diversi di senso e di per sé contiene sempre elementi paradossali. Applicando la teoria di Russell al linguaggio naturale, Bateson mette in luce come negli scambi quotidiani operino sempre simultaneamente livelli differenti di comunicazione: il paradosso, insomma, non è un errore logico da cancellare, ma una componente presente nei processi discorsivi. Se nel campo delle costruzioni logiche il paradosso annulla la validità di una proposizione, nel mondo reale non valgono le regole atemporali della logica e i paradossi (come le impertinenze logiche e i salti di livello) caratterizzano non solo il funzionamento del linguaggio, ma anche lo sviluppo degli organismi viventi[7].

Possamai mette in luce come Bateson operi sul paradosso in modo paradossale. Infatti egli conserva l’impianto ingiuntivo della teoria di Russell, facendo valere il principio di discontinuità tra livelli logici diversi; questo gli permette di veder meglio i meccanismi della comunicazione, scoprendo la relazione “meta” ed elaborando modelli scalari di interpretazione dei messaggi. Però non ne accoglie la validità nell’ambito della realtà vivente, dove i principi logici e gli strumenti quantitativi sono del tutto inadeguati[8]. Un «miscuglio di logica e non logica, ordine e disordine, paradosso e linearità» che produce una duplice embricatura. La teoria del double bind non è dunque esplicativa solo dei paradossi della comunicazione e della schizofrenia, ma riflette la struttura stessa della nuova epistemologia di Bateson[9].

Ma, in modo ancora più radicale, la relazione del vincolo duplice e ricorsivo, che interseca a ogni livello la comunicazione tra i viventi e la espone sempre al paradosso logico e al fraintendimento, diventa alla fine l’immagine stessa del nostro esserci. Perché a monte di ogni messaggio è presente lo sforzo di rendere intelligibile il mondo che ci circonda e il tentativo di com-prenderne il senso; ma nessuna parola può presumere di esaurirlo, di raggiungere un compimento (infatti, come avverte Possamai, «il senso compiuto del messaggio non può che essere la fine del messaggio»[10]). La nostra temporalità – lo insegna anche Gadamer – ci espone al bisogno di dire, di significare e di risignificare, non solo il mondo, ma anche la nostra stessa identità. A monte di ogni messaggio c’è anche il bisogno di entrare in relazione con l’altro. Come non c’è mai una discorso che racchiuda il senso in modo compiuto, così non c’è mai un dire singolo. Ogni parola è sempre una parola rivolta all’altro, nel desiderio di essere riconosciuti e nel rischio del misconoscimento e del fraintendimento. La comprensione dell’altro conferma il senso del mio dire, e sostiene entrambi nella ricerca di un’intesa. Tuttavia il paradosso e il malinteso (come già Schleiermacher per primo ha segnalato) preservano nella comunicazione la possibilità di parlare ancora, di ridescrivere il mondo e risignificare le relazioni umane.

Questo leit-motiv che percorre tutta l’opera di Bateson rivela una profonda sintonia con altre correnti della filosofa contemporanea, con i dialogici e con l’ontologia ermeneutica gadameriana. E forse possiamo trovare qui il lascito più fecondo del pensiero del Novecento: nell’esplorazione del linguaggio, nello studio delle modalità in cui prende forma la comunicazione interpersonale, con i processi di costruzione identitaria, individuale e collettiva, che avvengono negli scambi quotidiani.

Questa eredità è senz’altro feconda anche nel campo della pratica filosofica. Possamai fa parte dell’Osservatorio Critico sulle Pratiche Filosofiche di Trieste e ha pubblicato recentemente studi di analisi della comunicazione in questo campo[11]. Forse non è inopportuno riattraversare questo suo saggio su Bateson alla ricerca di specifici pattern e di strumenti teorici che possano costituire un riferimento operativo per chi sta ‘dentro’ una filosofia praticata. Da questo punto di vista i testi di Bateson sono ricchi di insegnamenti preziosi, a cui è non solo opportuno, ma necessario attingere. Innanzitutto rendono consapevoli della molteplicità dei canali in cui avviene la comunicazione e della pluralità dei livelli logici su cui si struttura. In consulenza è indispensabile affinare la capacità di discriminare i messaggi e di comprenderne la complessità, per cercare di portare a chiarificazione nel colloquio tutti gli elementi impliciti e discrepanti.

Le diverse forme in cui in questi anni si sono declinate le pratiche filosofiche mostrano un comune denominatore: il linguaggio. Tuttavia bisogna riconoscere che non ha ancora avuto la necessaria attenzione lo studio delle risorse contenute nel linguaggio, in funzione dell’ampliamento della conoscenza di sé e dell’affinamento della capacità di relazione. Si stanno solo muovendo i primi passi in un campo che andrebbe invece puntualmente esplorato. Con un certo timore sono stati sperimentati strumenti tradizionalmente impiegati dalla retorica (con tutte le remore che l’idea di retorica porta con sé), come la metafora[12]. Si è anche sperimentato come l’uso dell’analisi etimologica dei termini possa aiutare ad approfondire il colloquio e aprire nuovi orizzonti di senso[13]; il discorso viene orientato al superamento delle empasse concettuali per trovare una nuova descrizione della situazione problematica che si sta analizzando. Credo che tutto questo rappresenti un importante affinamento delle competenze che un consulente deve possedere, un indispensabile bagaglio di conoscenze da mettere nella “cassetta degli attrezzi”.

Ma credo che vada esplorata anche la strada della complessità della comunicazione, acquisendo consapevolezza della pluralità dei livelli logici presenti nello scambio discorsivo. Il problema non è quello di trovare un implicito di cui l’ospite non è consapevole (come nell’approccio psicoterapeutico, dove, grazie a una teoria presupposta, la consapevolezza sta tutta dalla parte del terapeuta!). Si tratta di esplicitare insieme, attraverso un percorso di ricerca, le componenti comunicative, ragionando sia su quelle verbali esplicite, sia su quelle gestuali implicite, sia su aspetti paradossali (doppiovincolati) della comunicazione. Sotto questo punto di vista credo che sia molto utile la lezione di Bateson sul deuteroapprendimento, soprattutto il suo esame della relazione tra la struttura del carattere e i contesti di apprendimento (o, come lo chiama Bateson, l’Apprendimento 2). Ognuno di noi porta con sé una struttura profonda acquisita nel corso del tempo e nei contesti culturali in cui è vissuto, che ha forgiato gli schemi di relazione con la realtà circostante. In stretta analogia con le posizioni dell’ermeneutica filosofica contemporanea, e in particolare con l’analisi di Hans-Georg Gadamer[14], anche Bateson ritiene che nella nostra interpretazione del mondo sia più rilevante il bagaglio dei pregiudizi che abbiamo acquisito nel nostro ambiente di vita, che non la nostra capacità di discriminazione cosciente. E tale relazione si sviluppa in modo circolare, nel senso che le convinzioni acquisite determinano il nostro modo di vedere il mondo, ma trovano anche nel mondo conferma a sé stesse[15]. Tale carattere di autoconvalidazione, che sembra rendere gli schemi acquisiti «quasi inestirpabili»[16], non viene avanzato (da Bateson come da Gadamer) per convalidare l’esistente, ma anzi per renderci consapevoli della forza inibente (e oscura) dei presupposti e per sollecitare il difficile compito di acquisirne consapevolezza. Compito in cui è fondamentale l’apporto critico dell’altro che, violando le nostre griglie logiche, ci sfida a confrontarci con un diverso pensiero, anche tramite l’impertinenza logica e il paradosso.

Forse allora l’articolo di Possamai su “aut aut” che indicava provocatoriamente nell’ospite la vera figura del ‘consulente filosofico’ perché è l’ospite a porre la domanda e a compiere il vero esercizio della filosofia, voleva invitarci ad avere sempre il coraggio di chiarificare innanzitutto i nostri paradossi personali, in quel compito di discernimento di sé che è lo scopo autentico di ogni pratica filosofica.

Maria Luisa Martini


[1] G. Bateson, D.D. Jackson, J. Haley e J. Weakland, Toward a Theory of Schizophrenia, in “Behavioral Science”, 1, 4, 1956, trad.it. di G. Longo, «Verso una teoria della schizofrenia», in G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1972, pp. 244-274. Il saggio è l’esito del lavoro di un gruppo interdisciplinare coordinato da Bateson, che nel corso degli anni Cinquanta condusse ricerche nel campo della comunicazione grazie a borse di studio di Fondazioni (la Rockfeller e la Macy Foundation), specializzandosi soprattutto nello studio dell’interazione interpersonale in riferimento alla genesi delle patologie psichiche.

[2] Il M.R.I. venne realizzato da D.D. Jackson nel 1959 a Palo Alto, dando applicazione della teoria del “doppio vincolo” nell’ambito della psicoterapia relazionale. Nel 1967 Jackson, assieme a Paul  Watzlawick e Janet Bevin, pubblicava il noto saggio Pragmatics of Human Communication, trad. it. Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Astrolabio, Roma 1971, che utilizzava le idee di Bateson, ampliandone le possibilità applicative. Bateson tuttavia contestò questa operazione che, a suo giudizio, impiegava la nozione di doppio vincolo in modo riduttivo e strumentale.

[3] G. Bateson, «Una descrizione formale delle idee esplicite, implicite e incorporate e delle loro forme d’interazione», 1976, in Una sacra unità. Altri passi verso un’ecologia della mente, 1991, trad. it. di G. Longo, pp. 293-301. L’intero passo recita: «L’epistemologia tradizionale , la cosiddetta “normalità”, resta sconcertata davanti al fatto che le “proprietà” sono soltanto differenze ed esistono solo in un contesto, solo nell’ambito di una relazione. Facciamo astrazione dalle relazioni e dalle esperienze d’interazione per creare “oggetti” e per corredarli di caratteristiche. Analogamente restiamo sbalorditi davanti alla proposizione che il nostro stesso carattere è reale solo nell’ambito delle relazioni. Facciamo astrazione dalle esperienze d’interazione e di differenza per creare un “sé”, che continuerà (sarà “reale” o cosale) anche senza relazioni. Sostenendo l’idea che anche le cose hanno un carattere solo grazie alle loro differenze e interazioni, si provoca una crisi epistemologica» (pp. 300-301).

[4] Possamai, Dove il pensiero esita, cit., p. 22.

[5] Bateson, Verso una teoria della schizofrenia, cit.,  p. 244.

[6] E’ simile in questo al classico paradosso del mentitore di Eubulide di Mileto, che si produce nell’affermazione: «Sto mentendo», il cui contenuto di verità è indecidibile. Com’è noto, Russell tramite la teoria dei tipi logici, riuscì a risolvere simili paradossi operando una distinzione tra livelli concettuali diversi e stabilendo un ordine  gerarchico che segna una discontinuità dei livelli. Una classe non può dunque essere elemento di se stessa, poiché classi ed elementi appartengono a due livelli logici disomogenei.

[7] «La nostra tesi principale può essere riassunta in un’affermazione della necessità dei paradossi dell’astrazione. L’ipotesi che gli uomini potrebbero o dovrebbero obbedire alla Teoria dei Tipi logici nelle loro comunicazioni non sarebbe solo cattiva storia naturale […] Riteniamo viceversa che i paradossi dell’astrazione debbano intervenire in tutte le comunicazioni più complesse e che senza questi paradossi l’evoluzione della comunicazione si estinguerebbe» (G. Bateson, «Una teoria del gioco e della fantasia», in Verso un’ecologia della mente, cit., p. 235).

[8] «La logica  e la quantità si dimostrano strumenti inadeguati per descrivere gli organismi, le loro interazioni e la loro organizzazione interna» (G. Bateson, Mente e natura. Un’unità necessaria, 1979, trad. it. di G. Longo, Adelphi, Milano 1984, p. 37).

[9] «[…] l’originalità dell’opera di Bateson deve molto all’ “errore” (tipo)logico di avere, da un lato, in qualche misura creaturalizzato il mondo (non creaturale) della logica, dall’altro di aver trasferito le leggi della logica nella creatura, cioè di aver in qualche misura logicizzato il  mondo del vivente, che per sua natura non può rispettare tali leggi» (Possamai, Dove il pensiero esita, cit., pp. 64-65).

[10] Ivi, p. 135.

[11] T. Possamai, Scene di consulenza, in “aut aut” 332, ott.-dic. 2006, pp. 67-84.

[12] Nel Seminario nazionale estivo di Phronesis sono stati presentati e discussi casi in cui il consulente ha utilizzato la metafora in senso euristico e non retorico: C. Basili, Un approccio poetico alla consulenza individuale e G. Giacometti, Metaforicità e follia nel colloquio filosofico, VII Seminario Nazionale di “Phronesis”, S. Felice sul Benaco, 16-19 luglio 2009.

[13] Il caso già cit. di Basili è emblematico a questo proposito e mostra la potenza euristica della parola, se orientata (come la Erörterung di Heidegger insegna) verso l’origine del senso. Su questo si veda anche il volume di V. Bijelic, Parole, prospettive e cambiamento, Cieffepi Erga edizioni, Genova 2008.

[14] H.-G. Gadamer, Verità e metodo, 1960, trad. it. di G. Vattimo, Bompiani, Milano 1983; di Gadamer si veda anche il volume che raccoglie le ultime riflessioni sul linguaggio, curato da D. Di Cesare, Linguaggio, Laterza, Roma-Bari 2005.

[15] Si veda soprattutto il saggio di G. Bateson, «Le categorie logiche dell’apprendimento», in Verso un’ecologia della mente, cit., p. 319-329  (“Apprendimento 2”).

[16] Ivi, p. 329.


“la Repubblica”, 14 marzo 2009


FILOSOFIA & IDEE

DOVE IL PENSIERO ESITA
La teoria del “doppio vincolo” di Gregory Bateson che divenne il punto di riferimento per la comunicazione, la sociologia, la filosofia e la letteratura. Di Tiziano Possamai Ombre Corte Pagg. 170, euro 15


“il Piccolo”, 3 marzo 2009


La teoria del “doppio vincolo”

Il pensiero dell’etnologo, antropologo, sociologo, linguista e studioso di cibernetica britannico Gregory Bateson (1904-1980) viene analizzato da Tiziano Possamai, ricercatore e docente a contratto all’Università di Trieste, nel saggio ”Dove il pensiero esita” (Ombre Corte, pagg. 170, euro 15,00), che esce in libreria con il sottotitolo «Gregory Bateson e il ”doppio vincolo”» e la prefazione di Pier Aldo Rovatti, che pubblichiamo qui accanto.
La principale chiave di lettura del libro è anche uno dei fili conduttori della sua vita e del suo pensiero: la ridefinizione. A partire dalla teoria del ”doppio vincolo”, indispensabile per chiunque si proponga di riflettere approfonditamente sulla complessità di ciò che siamo e di quale sia il nostro presente. Una teoria - formulata in origine come ipotesi esplicativa della schizofrenia - le cui applicazioni spaziano dalla teoria della comunicazione all’epistemologia, dalla sociologia alla pedagogia, dalla letteratura alla filosofia


“il Piccolo”, 3 marzo 2009


L’arte dell’esistere secondo Gregory Bateson

Il titolo del libro di Tiziano Possamai rimanda esplicitamente a una della opere più belle di Gregory Bateson (in realtà, sua e di sua figlia Mary Catherine), ”Dove gli angeli esitano”. È il testo forse più affascinante di questo pensatore decisamente anomalo, e non avrei dubbi nel suggerire a chi volesse cominciare a leggere Bateson di partire da qui, per entrare in sintonia con lui: per capire che cos’è un sillogismo in erba, perché è opportuno procedere per storie che si incastrano l’una nell’altra, perché una parentesi e poi un gioco di parentesi possono aggiungere qualcosa alla conoscenza… Insomma per imparare un poco a “gregorizzare”.
E a esitare. Esitare a buttarsi a capofitto nelle supposte verità e neppure cercarle come se si trattasse di una preda da possedere a tutti i costi. Al contrario, custodire quel bene che la nostra velocità e la velocità delle nostre macchine ci fanno scambiare per un disvalore, cioè la distanza dalle cose e dalla verità sulle cose, ma anche da noi stessi. Se ci avviciniamo troppo – sembra dire Bateson – il nostro occhio si inceppa e la nostra mente si inquina. Nel che si percepisce che il suo pensiero non è solo uno strumento per capire e comunicare meglio tra noi, ma anche una vera e propria arte di vivere. Perciò il lavoro di Bateson è una propedeutica filosofica salutare per tutti coloro che ricercano il sapere, compreso naturalmente quello scientifico. E perciò il suo pensiero anomalo, che non è un semplice pensiero, anziché invecchiare, acquista attualità e importanza giorno dopo giorno.
Oggi si gioca, infatti, una battaglia culturale molto aspra, spesso dissimulata, e non è detto che i sostenitori delle teorie (e delle etiche) dure abbiano già sbaragliato il campo, perché si fanno avanti anche modi di pensare che guardano soprattutto alle qualità della vita (una vita che si vorrebbe invece ossificata nelle biopolitiche), e se c’è qualcosa di nuovo in filosofia viene proprio da questa esigenza di uscire dai nostri recinti. Da cui si può evadere solo con equipaggiamenti leggeri, unico antidoto alla violenza delle sciabolate teoriche.
Nello zaino di questi navigatori a vista, che tutti noi oggi siamo, non avrei dubbi a infilare le opere di Bateson. Certo, possiamo leggerle alla rovescia, cercandovi le definizioni (come si è fatto e si fa), ma, se le leggiamo (e le ascoltiamo) dal loro verso, ci servono per ricominciare davvero a pensare. Ho avuto occasione di ipotizzare un ponte tra Bateson e il pensiero debole davanti a un pubblico un po’ incredulo. Mi vien da pensare che tutte le ambiguità e incomprensioni suscitate da questo cosiddetto pensiero debole possano svanire quando ci rendiamo conto dell’ospitalità che Bateson offre al lettore (per esempio i suoi famosi “metaloghi”), se solo il lettore non si aggrappa con le unghie ai suoi pregiudizi e se smette per un momento di aver paura di rallentare il passo (e di guardare dove mette i piedi).
”Dove il pensiero esita”
di Tiziano Possamai si sforza in tutti i modi di dircelo, andando al cuore di una questione, quella del “doppio vincolo”, attraverso la quale Bateson è stato al tempo stesso riconosciuto e disconosciuto. Giustamente Possamai insiste su parole come ridefinizione e oltre, perché si rende conto che il disconoscimento consiste nell’atteggiamento di chi vuole immobilizzare Bateson in una definizione e dentro un confine. L’anomalia (il passare da un campo all’altro, il non farsi identificare in un’etichetta, un pensare e uno scrivere per analogie) sarebbe, così, finalmente ricondotta alla normalità: ecco l’oggetto teorico, ed ecco il soggetto del sapere con la sua giusta collocazione! Al contrario: è Bateson che ci spinge ad andare oltre, cominciando lui a cercare di andare ogni volta al di là di se stesso e invitando, di conseguenza e a suo spese, il lettore ad andare oltre Bateson, oltre le definizioni in cui lo ha già mentalmente rinchiuso.
Il disconoscimento dice: Bateson è l’autore di una teoria (discutibile) che ha il nome di doppio vincolo. Il riconoscimento dice invece: Bateson si sforza di farci vedere come sia lui stesso doppiovincolato, cioè preso nel gioco della sua supposta teoria, e si sforzi di indurre i suoi lettori a mettersi loro stessi in questa posizione, dentro una simile esperienza, che certo non sarà comoda ma altrettanto certamente promette di essere produttiva.
Produttiva di cosa? La risposta più chiara la trovo nel metalogo sulla serietà e sul gioco che possiamo leggere nell’Ecologia della mente. Come i bambini, noi maneggiamo dei cubi, facciamo delle costruzioni, anche stupefacenti, tenute insieme da una colla fortissima. Dobbiamo imparare ad attenuare la colla, a scioglierla un poco; solo così andremo avanti in quella che chiamiamo “vita”. La serietà e il gioco stanno insieme (chiede alla fine la figlia al padre)? Sì e no, risponde Bateson. “Ma allora non lo sai?” Non lo so!
Che valore diamo a questo sorprendente “non lo so”? Può essere un punto per ripartire? A quali condizioni? Ecco il lascito filosofico, il lavoro che – se abbiamo orecchie per intendere – Bateson inizia e ci consegna come un possibile programma di vita e di civiltà.
A me pare che Possamai (il suo libro lo testimonia) abbia buone orecchie per ascoltare questo mònito paradossale, che ci mette letteralmente nei pasticci e fa scomparire, come in un gioco di prestigio, quella unità della verità cui siamo tanto attaccati. La fa sparire senza trascinarci in nessuna deriva relativistica, come oggi si dice. Anzi, indicandoci un’arte dell’esistere che non ha nulla a che fare con varianti del nichilismo. Dunque, tutti dovremmo chiederci come si fa ad abitare il doppio vincolo, o meglio i doppi vincoli che costituiscono l’ulteriorità, per dir così, della nostra esperienza e la sua apertura continua di senso.
Non è un caso che Tiziano Possamai, oltre a essere uno studioso e un ricercatore, abbia anche manifestato molto interesse per una filosofia che può tradursi in una “pratica filosofica” (insomma: che non se ne sta chiusa nella propria casa). La lezione di Bateson, a mio parere, porta proprio qui, cioè verso una comprensione del vivere quotidiano e della sua non cancellabile paradossalità.
Pier Aldo Rovatti


“il Piccolo”, 11 dicembre 2008


Due giornate di studio da domani a Trieste

TRIESTE
Da domani alle 15 e per tutta la giornata di sabato si svolgerà, al Palazzo dei Congressi della Stazione Marittima (Molo Bersaglieri 3), un convegno di studi dedicato alle «Pratiche filosofiche», organizzato dall’Osservatorio critico sulla consulenza filosofica con il sostegno della Regione, della Provincia e della Facoltà di Lettere e filosofia.
La sessione di domani pomeriggio avrà come tema «La consulenza filosofica»: Pier Aldo Rovatti introdurrà il convegno e a seguire ci sarà una relazione di Tiziano Possamai («Tra filosofia e consulenza»); poi, dalle 17, un workshop coordinato da Annalisa Decarli. La sessione di sabato mattina sarà specificamente dedicata alla «Filosofia in azienda», e prevede, alle 9, una relazione di Massimiliano Nicoli su «Sorvegliare e produrre» e, a partire dalle 11, un workshop coordinato da Nicola Gaiarin.
Infine, la terza sessione (sabato pomeriggio) affronterà la questione «Pratiche filosofiche e istituzioni»: alle 14, Pier Paolo Casarin parlerà di «Una filosofia per i bambini?», cui seguirà la relazione di Gabriele Grosso su «Filosofia e prevenzione»; dalle 16 si svolgerà l’ultimo workshop, coordinato da Francesca Scarazzato e Alessandra Giannelli.
I relatori e coordinatori sono tutti giovani operatori e studiosi, impegnati nelle pratiche filosofiche tra Milano, Venezia e Trieste, che hanno dato vita, negli ultimi due anni, a un seminario permanente a Trieste, presso il Laboratorio di filosofia contemporanea del Dipartimento di Filosofia. Nell’ambito di questo lavoro è stata messa a punto anche l’idea del convegno come laboratorio critico sulle pratiche filosofiche. Scopo principale del convegno triestino è appunto quello di mettere a confronto le molteplici esperienze attualmente in atto, facendole conoscere e discutendone limiti ed elementi positivi. Perciò il senso dell’iniziativa è soprattutto affidato ai workshop cui parteciperanno operatori, formatori e organizzatori a rappresentare esperienze ampiamente diffuse su tutto il territorio del nostro paese, che riguardano la pratica individuale, le pratiche nelle aziende, le pratiche rivolte alle scuole elementari, e quelle che hanno a che fare con altre realtà istituzionali, dal mondo della sanità alle carceri.
I materiali prodotti dal convegno saranno elaborati dal collettivo dell’Osservatorio critico, che – va ricordato – non si identifica con nessuna della associazioni di consulenza filosofica oggi ufficialmente attive, e daranno luogo in tempi brevi a una pubblicazione che dovrebbe fornire un contributo significativo al dibattito in corso.


“Messaggero Veneto”, 7 aprile 2008


Liceo Stellini: oggi conferenza sull’antropologo Bateson

UDINE
Oggi alle 14.30, nell’aula magna del liceo classico Jacopo Stellini di Udine, per il laboratorio di filosofia contemporanea coordinato dai docenti Maria Mittiga e Damiano Cantone, interverrà Tiziano Possamai, dottorando di ricerca al Dipartimento di filosofia dell’ateneo di Trieste, sul tema Gregory Bateson: Teoria del doppio vincolo ed ecologia della mente in uno dei padri della scuola di Palo Alto. Durante l’incontro sarà proiettato un video, a cura dell’Associazione Episteme di Torino, sulla vita del grande antropologo inglese.


“il Piccolo”, 19 ottobre 2005


Fascicolo «aut aut» sul management

«Retoriche del management» è il titolo del fascicolo di «aut aut» presentato oggi alle 17.30 presso la Biblioteca Statale di Largo Papa Giovanni a Trieste. Interverranno a parlarne gli studiosi e ricercatori Giovanni Leghissa, curatore del fasciolo, Pier Aldo Rovatti, direttore di «aut aut» e ordinario di Filosofia contemporanea a Trieste, Tiziano Possamai, laureato in filosofia, e Augusto Debernardi.


“il Piccolo”, 24 aprile 2003


Bateson e Derrida: quella lontananza così vicina

La proposta non è priva di rischi e per questo ancor più affascinante: l’incontro tra due degli autori più imprevedibili e originali della scena contemporanea, Gregory Bateson e Jacques Derrida, le cui lontane appartenenze culturali non hanno mancato di produrre curiose e significative prossimità. A cominciare dagli scarti di non-appartenenza e dagli equivoci che accomunano entrambi, spesso rinchiusi in definizioni (maestro del pensiero sistemico-ecologico il primo, del decostruzionismo post-metafisico il secondo) troppo povere e anguste rispetto alla ricchezza e all’apertura dei loro pur diversissimi percorsi intellettuali. Ma soprattutto accomunati dall’esigenza di sondare nuove vie di pensiero e dal lavoro intorno ad un concetto - il doppio legame - che proprio nei suoi spazi d’impossibilità sembra custodirne l’accesso.
La prossemica paradossale che lega questi due autori dà la misura del pericolo (vedi riduzionismo) che una simile operazione comporta. Va detto subito, allora, che a questo pericolo Davide Zoletto («Il doppio legame Bateson Derrida. Verso un’etica delle cornici», Bompiani, pagg. 197, euro 17)
Non in molti «luoghi» Bateson e Derrida avrebbero potuto incontrarsi. E non è certo un caso che il progetto abbia preso il via dal lavoro filosofico fatto all’Università di Trieste, da anni impegnata su entrambi i «fronti». Eppure questo incontro era non solo auspicabile, ma quanto mai inevitabile e necessario, anche perché, per quanto dica Derrida a tal proposito o, meglio, anche per ciò che continua a dire Derrida a tal proposito (”non ho mai letto Bateson”), già da tempo in corso. Mancava solo il coraggio di renderlo «effettivo», di far sì che non restasse puro e semplice fuori-testo. Zoletto ha trovato non solo questo coraggio, ma anche la capacità di farli incontrare, parlare, sintonizzare, tenendoli sempre - anche quando sembrano diventare un’unica voce - alla giusta distanza: così che il dentro del testo non esaurisce mai quel fuori. Un non facile esercizio di equilibrio oscillante, quasi a riflettere quella stessa modalità di pensiero che attraverso le loro voci sembra volerci indicare: una sorta di ondeggiamento paradossale tra il possibile e l’impossibile di ogni nostra esperienza e di ogni nostro pensiero. Ecco perché, egli avverte, e qui si spiega anche il titolo inconsueto, non si tratta tanto di guardare «al doppio legame in Bateson e in Derrida, quanto piuttosto al doppio legame Bateson Derrida».
Grazie a questo nuovo sguardo - secondo Zoletto - lo stesso doppio legame, confinato da troppi e per troppo tempo nei limitati spazi della psicopatologia, può rimettersi in pari con se stesso, senza per questo rinunciare alla sua intrinseca disparità. Una disparità che a questo punto non si qualifica in termini di meno, bensì di sovrappiù: non trappola, ma possibile via d’uscita dalle insostenibili strettoie del pensiero «metafisico». Ma non si può uscire se non si sa stare anche dentro, ammonisce la «voce» Bateson Derrida. Ecco il nodo della questione; ed ecco perché il doppio legame può essere quel duplice movimento dis-organizzato che appunto nel legare riesce anche a sciogliere.
Il discorso non manca di assumere una sua non trascurabile valenza etica, che si traduce principalmente in una nuova idea di serietà: una serietà che sappia, per così dire, non prendersi troppo sul serio. Non quella di Socrate per capirci, che proprio nel più impegnato sapere metafisico confluisce, semmai quella con cui il giovane Kierkegaard manda a fondo l’idealismo hegeliano. Anche se poi Kierkegaard, come si sa, torna a fare fin troppo sul serio, mentre Zoletto, insieme a Bateson e Derrida, ci invita a non smettere «seriamente» di giocare; ovvero ad una responsabilità del dentro e fuori, del saper rispettare le regole senza dimenticare che c’è sempre un irriducibile oltre rispetto ad esse. Né sintesi dialettica, né aut aut oppositivo, insomma, piuttosto una sorta di paradossale et et che scansi, e è questo il pericolo più «serio», ogni deriva qualunquista e ogni finalismo risolutivo, che non farebbe altro che capovolgere lasciando inalterati i termini della questione.
Una questione che in ultima analisi riguarda ancora una volta noi tutti, con il nostro pieno di mancanze, le nostre decisive indecidibilità, le nostre più imminenti lontananze, ma anche, come mostrano Bateson e Derrida, le nostre più distanti vicinanze; ed una possibile idea di io che sappia davvero trovare nella parola altro se stesso (senza per questo smettere di cercarsi).
ha saputo sottrarsi, evitando i facili cliché preconfezionati, i binari sicuri su cui viaggiare. Non all’interno di rigide cornici si muove la sua riflessione, ma su bordi mobili, al di qua e al di là dei quali continuamente si sporge, nella consapevolezza che quello che conta il più delle volte «nello sporgersi verso il fuori, non sono né il luogo da cui ci si sporge, né quello su cui ci si affaccia. Ma precisamente lo sporgersi».
Tiziano Possamai